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Intervista al Prof. Rossano

Viviamo in un mondo in cui giornalmente vengono perpetrate iniquità ed ingiustizie ai Paesi del cosiddetto Terzo Mondo e agli ecosistemi naturali. Cosa sta succedendo e perché?

Il Prof. Rossano dice la sua andando a scomodare, tra le righe, nientemeno che la selezione naturale darwiniana.

Con la solita vena caustica.

Buona lettura.

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CARO ROSSANO, OGNI GIORNO VENGONO PERPETRATE INIQUITÀ ED INGIUSTIZIE AI PAESI DEL COSIDDETTO TERZO MONDO E AGLI ECOSISTEMI NATURALI. PERCHE’ CIO’ ACCADE?

Ciao a tutti e grazie ai ragazzi di Vividolomiti per aver sollevato questo spunto, che è centrale più di qualsiasi altro tema che riguarda la nostra società civile, perché in realtà è un tema che riguarda la coesistenza tra le specie sulla Terra.

Per indirizzare fin da subito la conversazione, temo che l’ottimismo su un miglioramento della situazione attuale – come sento talvolta in giro - magari grazie a una nuova consapevolezza critica e ad una divulgazione “colta” sui temi, sia molto irrealistico.

Basta leggere un giornale per vedere enumerate una serie incredibili di aberrazioni, torti, nefandezze planetarie. Perché tutto ciò? Per saperlo basterebbe saper interpretare la natura.

COSA CI INSEGNA LA NATURA?

Come i miei proseliti ben sanno, nei miei ragionamenti sulle sorti del mondo non riesco a non fare continui paragoni e rimandi alle dinamiche naturali che governano le specie in natura, sia animali che vegetali.

Le popolazioni crescono esponenzialmente o con una curva sigmoide sfruttando una risorsa naturale limitata, dopodiché, se la risorsa è rinnovabile, ondeggiano con movimenti sinusoidali attorno ad una linea detta “capacità portante”, nascendo e crepando con invidiabile precisione matematica. Se la risorsa non è rinnovabile e/o non possono spostarsi, la popolazione va a carte quarantotto. Inizia cioè la moria.

Sebbene a prima vista la nostra specie possa sembrare del tutto affrancata dalle leggi della natura, in realtà le nostre ricchezze primarie si basano unicamente sulle risorse naturali. Il resto è aria che ci siamo inventati, dal valore gonfiato di un terreno edificabile rispetto ad un terreno agricolo, fino al valore di mercato delle certificazioni eccetera. Anche il fondamento dei nostri schemi comportamentali ricalca la componente biologica, la quale è tuttavia, nella nostra specie, largamente influenzata dalla cultura, dalla memoria collettiva dell’esperienza pregressa, dallo sviluppo del concetto della consapevolezza di sé e di tutto ciò che questo comporta. Di fatto, abbiamo taluni schemi comportamentali che sembrano negare i fondamenti della selezione naturale darwiniana (ad esempio l’altruismo), che però riemergono potenti nei casi in cui è in ballo, davvero, la nostra sopravvivenza.

2012, OGGI.

Siamo in un momento storico mai vissuto fino ad ora. Ciò vale in realtà per la gran parte della dinamica che ha conosciuto la storia plurimillenaria dell’umanità (e non quella plurimiliardaria della Terra), ma l’aumento sempre più repentino della popolazione, unita alle notizie che le risorse sulle quali basiamo il funzionamento della nostra civiltà si stanno esaurendo, non possono non fare immaginare ad uno scenario di crisi del sistema nel brevissimo periodo. Intendo crisi nel senso biologico del termine, ossia con estinzioni o forti ridimensionamenti della popolazione.

Perché si è verificato questo climax di crescita, che diamo quasi per scontato ma che in realtà è un fenomeno mai accaduto prima, intendo dire da quei 5 miliardi di anni che Dio ha deciso di mandare finora in Terra? E qui cito Bukowski! [Ride - ndr]. Semplicemente per la subitanea disponibilità di energia di cui abbiamo potuto disporre con la venuta dell’era dello sfruttamento del combustibile fossile, da appena 150 anni a questa parte. Appena 150 anni su 5.000.000.000 di anni! Scrivilo in cifre che così si capisce bene quanto particolare sia questo momento storico!

La vita sulla Terra dipende dal flusso di energia liberata dalle reazioni termonucleari che avvengono all’interno del sole. Stiamo parlando di circa 1,3 X 10^24 calorie annue; questa quantità è detta “costante solare”. Dall’era solare (quella vera) con input in ingresso unicamente dalla fissazione dell’anidride carbonica delle piante, quindi tradotta in zuccheri e ossigeno, metabolizzata dagli animali, glicolisi, ossidazione, decomposizione e via discorrendo, si passa ad un’era artefatta, del carbone e del petrolio, caratterizzata da una disponibilità energetica mai vista prima, che altera gli equilibri.

È questa l’energia scriteriata che regola la nostra inCiviltà (sic) e i nostri spostamenti planetari, e soprattutto delle merci che consumiamo. Dalle banane all’acciaio dei tubi dei nostri acquedotti, dal silicio dei PC alle plastiche degli arredi urbani.

CHE SUCCEDE QUINDI?

Tutto quello che era stato pazientemente generato in milioni di anni dal sole, sornione, con il suo bell’irraggiamento di un tot di calorie per metro quadro (se lo misuriamo con la quantità di energia chimica accumulata dalle piante), lo stiamo bruciando in un oplà. Siamo diventati quello che siamo grazie al petrolio, in un certo senso anche i miei pensieri – misericordia! – sono figli del petrolio, perché il mio surplus rispetto alla sopravvivenza (studi, divertimenti, divagazioni, bicchierate con gli amici accademici ecc.) è dovuto a quell’energia.

E ALLORA?

Come accennavo sopra, anche noi siamo soggetti a selezione naturale e competizione interspecifica e intraspecifica per risorse limitate. L’interspecifica la mettiamo in atto tutte le volte che stabiliamo che le nostre attività economiche rappresentano un prius logico rispetto alla vita delle altre specie di esseri viventi. Ciò accade praticamente sempre. L’intraspecifica la mettiamo in atto tutte le volte che schiavizziamo o sfruttiamo un popolo. In futuro, i conflitti e le risultanze di questa inevitabile competizione saranno amplificati a) dal fatto che 7 miliardi di persone che aspirano a vivere (legittimamente) meglio sono tantine b) dal fatto che aggraviamo il quadro fondando il nostro essere su risorse non rinnovabili, facendole uscire per sempre (in termini non geologici) dal ciclo. In natura, come è noto, i cicli sono chiusi, tranne l’approvvigionamento energetico che è a senso unico, almeno finché il sole fra altri 5 miliardi di anni non chiuderà i battenti.

Con queste premesse, i conflitti che nasceranno saranno sempre più feroci.

QUALE SCENARIO PER IL FUTURO?

Qualunque individuo di una popolazione lotta per le risorse. Lo fanno i camosci, gli insetti e lo facciamo anche noi. Competono anche le piante. Il mio stesso stile di vita è basato sullo sfruttamento delle risorse di qualcun altro, a pensarci si diventa matti. Già ora le risorse non bastano più, e altre fette di mondo aspirano oggi a vivere meglio, e cercano di arrangiarsi sfruttando a loro volta qualcun altro. È il caso della Cina che, come è noto, si sta “comprando” l’Africa. Abbiamo di fatto un neocolonialismo.

Ad un climax segue sempre un qualche evento catastrofico. Probabilmente voi trentenni di Vividolomiti vivrete abbastanza a lungo per patire le conseguenze di questi squilibri e di questa dinamica ingovernabile della curva della nostra specie. In UE non abbiamo più ricchezze primarie, per un po’ di tempo continueremo a far valere la nostra autorità nel panorama geopolitico e con cazzate tipo il know how sul terziario, ma presto o tardi avanzeranno altri pretendenti – già legittimamente lo fanno – per garantirsi la sopravvivenza. Andremo in malora prima noi, ma in ogni caso subito dopo andranno in malora tutti, semplicemente perché la dispensa della nostra cucina si sta esaurendo.

ROSSANO, QUINDI SIAMO FOTTUTI?

In sostanza, sì.

NON C’E’ L’HAPPY END?

Com’ebbi a dire sempre ai miei seguaci, di veramente sostenibile in realtà non c’è un accidenti, se non l’agricoltura tradizionale di sussistenza. Il resto sono lussi che chi verrà dopo di noi non conoscerà. La green economy è un inganno. In teoria ci sarebbero delle riserve di possibilità legate ad una seconda era solare, ma le famose calorie su metro quadro del sole al momento non bastano per la società che abbiamo in mente, quindi una decrescita è inevitabile.

E la decrescita non sarà felice, come teorizza qualcuno, ma porterà inevitabilmente con sé privazioni e sofferenze. Non è un caso che insistiamo ciecamente sul modello di crescita a tutti i costi, nonostante sia chiaro anche ai sassi che non ha futuro. Il passato ci terrorizza. Dopo esserci affrancati soltanto da cinquant’anni da quella civiltà contadina che significava miseria ed orrore, ci risulta inconcepibile l’idea di tornare indietro.

LA LETTURA DEI LIBRI DI PESSOA HA INFLUENZATO QUESTA TUA VISIONE DEL MONDO, FRANCAMENTE INSOPPORTABILE?

È possibile, tuttavia ci tengo a precisare che in questo periodo sto leggendo unicamente la guida sci alpinistica di Vascellari, edizioni Vividolomiti.

[Pausa]

Questa non diciamo che è combinata! [Ride nuovamente - ndr].

PROFESSORE, TORNERAI AD ARRAMPICARE CON NOI?

Vivere tocca, per cui verrò.

ARRIVEDERCI E GRAZIE.

In gamba, ragazzi.


[Intervista di Federico Balzan]


Colonne d'ercole

«...ma se esci dalla città XYZ non c'è più un cazzo».

Quante volte ho sentito questa frase? In genere viene detta da molti riferendosi a spazi più o meno naturali ed agricoli. Dove costoro, cittadini avvezzi a muoversi in spazi urbanizzati ed addomesticati, non sono in grado di riconoscere un valore, una funzionalità, un fine. Sono cioè estranei. Essi sono la maggior parte dei nostri connazionali, poiché in Italia non c'è mai stata una cultura naturalistica diffusa e seria.

Nessuno di questi sa emozionarsi per il volo ondulato del picchio verde (Picus viridis), sa interessarsi dell'erba fienarola (Poa pratensis), sa mettere a fuoco piccoli dettagli naturalistici né rispettarli. Gli habitat naturali e semi naturali sono, appunto, "un cazzo".

Di conseguenza costoro sono gli stessi che si propongono di "valorizzare" queste aree in cui essi non riconoscono un valore. Con urbanizzazioni, cemento, opere inutili. La loro è una sorta di lenta colonizzazione verso la totale alienazione dell'Uomo dagli spazi naturali. Perché l'urbanizzazione, in fondo, dà loro sicurezza.

Mi sa che è dentro quelle teste, dove "non c'è più un cazzo".

[Federico Balzan]

Nevegal ... the prequel

Cari tutti,

vi scrivo poiché, molto in ritardo, ho scoperto che esiste un progetto di nuova edilizia e nuova viabilità in Nevegal. Le opere di progetto sono nuove case, nuova viabilità, una scuola alberghiera, parcheggi, attività commerciali, centri benessere, ulteriori opere per turismo religioso, aree “attrezzate a verde” ecc.

Sono sicuro che a molti di voi è evidente che gran parte delle volumetrie in Nevegal sono già adesso inutilizzate o sovradimensionate (le due torri, il santuario, molti villaggi ecc.). Costruire nuovi edifici non è nient’altro che, a mio avviso, un’operazione disperata di speculazione, che porterà soldi solo ai costruttori. Infatti al momento non c’è nessuna domanda sul Nevegal, ma si cerca di indurla forzosamente con le urbanizzazioni di progetto.

Lo scenario futuro pertanto sarà, con molta probabilità, l'abbandono di nuove opere oltre a quelle che già danno brutta mostra di sé al Colle, una volta esaurito l'entusiasmo per la novità.

A mio parere si tratta della solita logica, insopportabile, dell’aggiungere cemento al cemento, sperando che si compia un miracolo. I troppi esempi di villaggi e opere gigantesche abbandonate sulle Alpi evidentemente non sono un monito sufficiente.

Il Nevegal non ha neve, ne è in penuria cronica. Anziché tener in vita il malato terminale bisognerebbe pian piano riconvertire l’esistente, smantellare laddove le attività non sono possibili, prediligendo una fruizione “leggera” senza bisogno di tenere in piedi a tutti i costi strutture sempre più costose e sovra dimensionate.

Vi invito a vedere il video (ufficiale) che presenta sommariamente il progetto. Dura 5 minuti e l'audio non è necessario.

Osservate le nuove cementificazioni previste. Osservate che non c’è traccia di riconversione dell’esistente, osservate che c’è soltanto un’insopportabile retorica alla quale i "render" ci hanno abituati. Gente sorridente tra "natura incontaminata" e "borghi lontano dalla pazza folla".

Forse non tutti la pensano esattamente come me, ma un gesto di informazione mi sembrava doveroso, per voi che abitate più o meno ai piedi del nostro Colle.

Assumere una posizione critica è già qualcosa.

Un caro saluto.

Federico Balzan

Nevegal...to be continued...

Progetto "Abitare il Nevegal" - aggiornamentonevegalSCHIERAP3020022

Per chi fosse interessato alla vicenda, riprendo questo argomento aggiornandovi con nuove informazioni.

Sono stato ricevuto in data 4/2/2012 dall'assessore del Comune di Belluno Angelo Paganin che mi ha, con cortesia e chiarezza, spiegato nel dettaglio il progetto, dedicandomi ben un'ora e mezza del suo sabato mattina.

L'assessore ha un mandato che, a prima vista, non c'entra col progetto (è assessore alle politiche sociali). Tuttavia, egli si occupa in prima persona del caso per il suo rapporto stretto con i promotori originari di questa idea, ossia Antonio Mezzomo, Silvio Pasa e Riccardo Lovat, illustri esponenti dell'associazione "Bellunesi nel mondo".

A fronte della sua indubbia disponibilità, delle pur ottime idee e della ragionevolezza dimostrata durante l'incontro, io rimango contrario a questo progetto per i motivi che cerco in seguito brevemente di spiegare.

Il fulcro del progetto "Abitare il Nevegal" si fonda sulla presenza di un sede distaccata di una prestigiosa scuola svizzera superiore nel campo dell'accoglienza alberghiera e turistica in genere. La scuola, va detto, è annoverata tra le più prestigiose al mondo in questo campo. Non si tratta nemmeno di una scuola professionale di lusso, ma di una specie di corso universitario. A quanto pare, il meglio sul panorama internazionale.

L'idea di investire sulla formazione turistica a Belluno, che vede il proprio comparto industriale ridimensionato o in declino rispetto ad alcuni decenni fa, è giusta e condivisibile. L'impulso all'industrializzazione del dopo Vajont (legge 357/1964) nella nostra Provincia ha determinato uno sviluppo che, a fronte di evidenti benefici, ha fatto sì che non si estendesse mai quella cultura della ricettività turistica che ai nostri vicini (Südtirol e Trentino) non manca.

Il futuro della nostra Provincia passa anche attraverso il turismo ed è giusto iniziare ad impararne l'arte.

Il progetto "Abitare il Nevegal" si pone l'obiettivo ambizioso di portare nella scuola circa 600 studenti provenienti da tutto il mondo. Grazie a loro e a chi gravita attorno a loro (professori, personale amministrativo, famiglie in visita ecc.) si conta di sviluppare l'indotto e di fare in modo che il Nevegal resti abitato tutto l'anno, traendo vita dal campus universitario.

La scuola verrà costruita ex novo, anche se non si sa ancora dove. Ci sono delle buone idee relative al riutilizzo dell'esistente, ma ahimè un po' vaghe: mi risulta difficile immaginare, ad esempio, che gli appartamenti sfitti esistenti possano diventare alloggi per studenti, visti comunque l'enorme distanza e il dislivello che ci sono tra le casette in zona Ghiro e l'area della pineta, da quel che ho capito una delle possibili localizzazioni per l'edificio della scuola. Sarebbe un campus un po' troppo dispersivo, insomma.

Le due torri verrebbero riutilizzate per farne un centro di formazione continua e un centro congressi. Gli impianti di risalita verrebbero ridimensionati.

Il primo dubbio che viene è quello se sia ragionevole immaginare uno scenario del genere: 600 studenti provenienti da tutto il mondo (Giappone, Australia, India ecc.) da adesso in poi. Per sempre.

C'è davvero così tanta richiesta? Siamo sicuri che gli esuberi di domande della Svizzera riempiranno il Nevegal? Siamo sicuri che uno venga dal Canada per studiare in Nevegal?

L'assessore mi ha rassicurato dicendomi che c'è un accordo con la scuola svizzera stessa per garantire il numero di studenti concordato. Non ne dubito, ma se la domanda dovesse diminuire, cosa ce ne facciamo della nuova scuola che abbiamo costruito? E di tutte le edificazioni di contorno?

Il secondo dubbio che viene è se, al di là delle perplessità su questo approccio gigantista, il Nevegal sia la localizzazione idonea. Perché non a fondovalle, dove già esistono servizi, tessuto sociale ed urbanizzazioni? Perché a tutti i costi questa Amministrazione vuole creare un nuovo paese al Colle?

Mi è stato risposto che gli Svizzeri hanno fatto vari sopralluoghi in Provincia e hanno visto anche l'ex caserma Salsa e vecchi alberghi dismessi. Riconvertire qualcosa di già esistente a fondovalle sarebbe stato l'ideale, secondo me. Ma hanno voluto a tutti i costi il Nevegal.

I motivi che l'assessore mi ha riferito in riferimento a questa scelta sono del tutto marginali e, secondo me, pretestuosi: la tranquillità del posto, la bellezza naturalistica, i pochi accessi che consentono di controllare l'area (!) ecc. Pensateci bene: secondo voi un ventenne che viene dall'Australia resta volentieri in Nevegal la sera dopo le lezioni? I fine settimana? O è forse più stimolato da una città come Ginevra, come Losanna o, con le dovute proporzioni, come Belluno?

D'accordo, ora Belluno non offre molto, ma se dovessimo investire in ammodernamenti, non sarebbe meglio farlo in città? Per renderla una moderna città alpina come per certi aspetti sono Bolzano, Trento, Davos ecc.? Perché creare una città satellite in Nevegal, dipendente in tutto e per tutto dalla scuola?

L'assessore mi ha detto che è stato una sciocchezza negli anni '60 puntare tutto sul Nevegal con una variabile così aleatoria come il tempo atmosferico (riferendosi alla presenza o meno di neve).

Non viene forse il dubbio che riempire di così tanti studenti questo campus potrebbe essere ancora più rischioso e complicato?

In fin dei conti, l'Università di Padova è molto prestigiosa, eppure il corso distaccato sperimentale di economia del turismo (!) è naufragato dopo pochi anni. Non voglio essere per forza disfattista, è lecito sognare. Però a fronte di un investimento così grande è doveroso porsi delle domande sulla sua fattibilità sul lungo periodo.

Concludo. L'assessore ha esordito parlando di come risolvere il "problema" del Nevegal. Orbene, il Nevegal costituisce un problema solo perché abbiamo da gestire in eredità manufatti degli anni '60 che sono inadeguati alle dinamiche, alle richieste e perfino al clima di questo 2012. Alla luce di quanto sopra esposto, gli sforzi che questa Amministrazione sta facendo per risolvere il "problema" Nevegal costituiranno, a mio modo di vedere, il pesante fardello che la generazione futura dovrà sostenere. E allora il "problema" sarà doppio.

L'idea della formazione è giustissima. L'idea di farlo con logica gigantista in Nevegal (e non a fondovalle dove esiste già urbanizzazione) è una sciocchezza, che porterà soldi ai costruttori e al Comune grazie agli oneri della nuova urbanizzazione. Ma che ben presto sarà destinata a restare scatola vuota, insomma sarà una speculazione bella e buona. La solita vecchia storia sulle Alpi.

Prossimi sviluppi: ad oggi, sono stati coinvolti i 210 proprietari che, pare, si sono resi disponibili a vendere i terreni. L'obiettivo dell'assessore è chiudere un accordo di programma vincolante prima che si vada ad elezioni, che come sapete sono imminenti. Se vi va, diffondete, informatevi, parlatene, dite la vostra, scrivete sui giornali.

Federico Balzan - Belluno

Skilift in Palantina. Business o fallimento?

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Nel luglio del 1726

Alessandro Gogna, uno dei più famosi alpinisti italiani, ma anche scrittore e storico dell'alpinismo, nell'ormai lontano 1987 iniziava il suo libro " Sentieri verticali-storia dell'alpinismo nelle Dolomiti: gli itinerari" con la notizia di due botanici che, nel luglio del 1726 salirono la cima del Cimon del Cavallo. I due studiosi, il farmacista veneziano Pietro Stefanelli, assieme all'amico bolognese Giovanni Zanichelli, famoso botanico, lo è ancor oggi, andavano alla ricerca del "Giardino della Madonna", un luogo mitico che, nelle leggende locali, doveva essere ricco di fiori sconosciuti e rare erbe medicinali dagli straordinari poteri terapeutici e vi trovarono effetivamente una notevole quantità di specie. Ma non riuscirono a resistere al richiamo della vetta e, dopo aver raccolto molti esemplari di quella flora particolare, salirono fino alla vetta, usando alberola IMG 018addirittura degli scarponi con dei primitivi ramponcini, chiamati da loro "grappelle". Di questa esperienza essi lasciarono una relazione e Gogna fa iniziare l'alpinismo dolomitico inteso in senso moderno, cioè documentato da una testimonianza scritta ( cacciatori di camosci, bracconieri e contrabbandieri non sono mai stati usi alle relazioni scritte per comprovare le loro attività piùo meno lecite...), da quella salita ad una cima sicuramente non tra le più note e che viene normalmente relegata alla categoria "secondaria" delle Prealpi.

Per il massiccio Cansiglio-Col Nudo-Cavallo un bel record: la storia dell'alpinismo dolomitico comincia da qui, ma anche molte altre storie sono racchiuse tra i confini di questo rilievo, spesso ancora poco conosciute ed in attesa di essere riscoperte, basti pensare a quanta importanza ha assunto negli ultimi anni quest'area per l'archeologia preistorica e le sue torbiere che permettono di leggere l'evoluzione del clima dalla fine dell'ultima glaciazione in poi sono diventate famose, tra gli studiosi di paleobotanica in tutta Europa.

Dunque il Cansiglio è una specie di miracolo poichè in esso è ancora possibile individuare l'evoluzione della Terra ( gli antichi mari, le rocce calcaree, l'orogenesi alpina, il cambiamento degli ambienti naturali..) e sopra a questa i segni della presenza umana dalla preistoria al giorno d'oggi. Come non pensare, davanti a una tale schiera di elementi di interesse scientifico e storico, a una tutela molto rigorosa? Una protezione che non per forza deve portare solo a regole e divieti ma che proprio da questi elementi parta per creare anche economia attraverso un utilizzo turistico e sportivo rispettoso ed evoluto.

Ed invece da oltre trent'anni tutto il dibattito su Cansiglio e i suoi dintorni non è centrato sul come tutelarlo e come conservarne l' unicità ma sul fare o non fare impianti di risalita sul versante veneto, su quanto può epandersi ancora il Pian Cavallo, stazione turistica invernale con vista mare, nei giorni limpidi si vede benissimo tutta la laguna tra Chioggia, Venezia, Trieste ed oltre, che ha succhiato un'incredibile quantità di denaro pubblico ed ancor oggi, in periodi di crisi profonda, reclama ogni milioni di euro come fosse un diritto.

Il gruppo del Cavallo è diventato famoso per lo sci alpinismo, tanto che negli ultimi anni vi sono state organizzate parecchie gare di coppa del mondo, ma questo importante evento sportivo può essere visto in due modi totalmente contrapposti: da una parte chi chiede di lasciare questo massiccio montuoso senza altri impianti di risalita e dedicato proprio alla pratica dello sci alpinismo, dall'altra una parte degli organizzatori, proprio attraverso queste gare di rilievo internazionale, intendono proporre il Cavallo come "patria dello sci" e quindi da riempire di impianti di risalita ( oppure:...e quindi da dedicare a tutto lo sci, anche quello da discesa, creando le strutture necessarie). E i cambiamenti climatici ? E la discussione che si sta svolgendo in tutto l'arco alpino sul destino delle stazioni sciistiche invernali a bassa quota? E la crisi economica sempre più presente e pericolosa? Ma come si fan a non capire, e ormai lo dicono gli istituti di ricerca, le Università, gli economisti, che il futuro della montagna sta nello sviluppo di un turismo legato alla fruizione dell'ambiente naturale che non richiede grandi opere e grandi modifiche, con forti "sacrifici" ambientali? Pian Cavallo, con la sua sottointesa filosofia, è ormai il passato ed è ora di chiamare a raccolta chi ha desiderio ed idee di lavorare per il presente e per il futuro.

(Foto a cura di ViviDolomiti asd, Testo di Vittorio De Savorgnani)

Una discesa sugli sci da Belluno a Palermo

Chilometri

Fruscia la neve sotto le solette degli sci, pigramente mi faccio trasportare da Belluno a Palermo, dalle Alpi al Mediterraneo. Ogni tanto pennello qualche curva, poi ancora giù, torpidamente trascinato dalla gravità per ore ed ore. Millequattrocentotredici (1.413) chilometri di pendio regolare e candido.

Una discesa ininterrotta lungo lo Stivale, tanto è lo sviluppo delle piste nella sola area Dolomitica1. Un dedalo di percorsi, che a farli tutti non basta forse un inverno.

Eppure (di chilometri) ne vorrebbero sempre di più.